Arrivare a Dio ansia e meta dell’uomo

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Come si fa, come si fa a conoscere Dio? Questa è la grande questione che tormenta lo spirito moderno. È questione antica quanto la storia dell’uomo; ma oggi è questione diventata tormentosa, perché il progresso della conoscenza umana ha reso più esigente il bisogno di dare a tale domanda una risposta soddisfacente rispetto alle abitudini della nostra mentalità, cioè alla nostra razionalità critica e scientifica e all’impiego conoscitivo della nostra esperienza sensibile. Ora si verifica il fatto che questo nostro progresso conoscitivo sembra incontrare, e in pratica incontra, maggiore difficoltà a giungere a Dio di quanto non incontrasse nel tempo passato, quando la conoscenza di Dio era ammessa e presupposta normalmente ad ogni forma di pensiero, mentre oggi la conoscenza di Dio non si pone come principio indiscusso, ma come conclusione finale del pensiero stesso; e arrivare a tale conclusione è difficile. Si direbbe che siamo diventati più intelligenti e più istruiti, e al tempo stesso meno religiosi, cioè meno capaci di arrivare a Dio.

Dovremo rinunciare a tale conquista? L’ateismo contemporaneo risponde: dobbiamo rinunciare. Questa risposta, che sembra così semplice, produce un vuoto tale nel pensiero e nella vita dell’uomo da suscitare tanti e tosi gravi problemi da turbare sia la fiducia nel pensiero stesso, sia il senso positivo della vita. Quelli che credono di poter fondare un umanesimo sull’ateismo in realtà diventano profeti d’un nichilismo, che rende dapprima tutto gratuito, instabile, irrazionale, e che supplisce a queste carenze con nozioni empiriche o insufficienti, con sistemi arbitrari e violenti, e poi con conclusioni pessimistiche, rivoluzionarie e disperate. E il grande assente, Iddio, diventa l’incubo di chi domanda al pensiero la verità. Troviamo nei letterati la testimonianza: «Dio mi ha tormentato tutta la vita», dice, ad esempio, un personaggio rappresentativo d’un celebre romanziere russo (Dostoevskij).

Voi sapete che invece la Chiesa non rinuncia alla conquista di Dio. Diciamo: non nega alla mente umana la capacità di arrivare alla conoscenza di Dio; e notate: anche con la ragione, sebbene non senza fatica e con tante ombre. La Chiesa rimane ferma, anche se dovesse rimanere sola (cfr. Newman), nel rivendicare alla ragione questa suprema possibilità. Bisogna darle onore, almeno per questa difesa della ragione, quando tanto spesso si accusa la Chiesa d’oscurantismo, e di fideismo. La fede certamente ci dà di Dio una conoscenza ben più piena e per sé più facile; ma la fede stessa, afferma la nostra dottrina, non può prescindere dall’uso retto e forte della ragione. Il Concilio Vaticano I ha canonizzato, sotto questo aspetto, la ragione naturale (cfr. Denz.-Sch. 3015 ss.).

Quando noi ci poniamo la questione della conoscenza razionale di Dio dimentichiamo facilmente che tale questione è duplice; cioè noi possiamo domandare alla virtù del nostro pensiero di dirci se Dio esiste; e a questa domanda, il nostro pensiero, se rimane fedele alle sue leggi, risponde: sì, Dio esiste; e ce ne dà la certezza; ma se noi domandiamo al nostro pensiero di dirci chi Egli sia, esso diviene molto timido e modesto, al punto di lasciarci insoddisfatti, e negando ciò che Dio non è e non può essere, e cercando di sublimare alcune nozioni proprie dell’Essere ci porta, sì, in alto, ma in una regione dove più è mistero che scienza, più desiderio che possesso. Chi sa volare, sulle ali della speculazione teologica e della contemplazione mistica, verso questo mistero, avverte d’appressarsi ad una pienezza spirituale, che supera le presenti condizioni della nostra vita temporale, e che tocca l’immortalità (cfr. Sap. 15, 3: «il conoscere Te è radice d’immortalità»; e Gesù ci dirà: «questa è la vita eterna, che conoscano Te solo vero Dio e Colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo», Io. 17, 3). Nessun maggiore invito è offerto che questo all’umana meditazione (cfr. Lessius, De perfectionibus moribusque divinis, Lethielleux, 1912).

Ritorna la domanda: come si fa a inoltrarci in sentieri così impervi? Ed ecco un’altra osservazione, anch’essa elementare, ma capitale: basta usare bene della ragione («secundum perfectum usum rationis», dice San Tommaso: II-IIæ, 45, 2). Cioè basta ragionare bene. E questo tutti, anche gli incolti, possono fare; anzi spesso le anime semplici, i fanciulli, la gente umile, i puri di cuore specialmente hanno una logica naturale più sana e conclusiva che non coloro che nello sviluppo della razionalità ne hanno violato, o dimenticato, certe esigenze. Oggi è proprio quello che succede a molti pensatori, che, contestando al pensiero certe sue leggi, certi suoi primi ed evidenti principi, non gli consentono d’oltrepassare i limiti entro i quali Dio non può essere raggiunto. Una conoscenza mortificata della verità non può comprendere la somma Verità, ch’è Dio. Qui sarebbe logico accennare alle famose cinque vie, sempre valide se bene comprese, che la teologia scolastica indicava come quelle che possono portare il pensiero ad una sicura, se pure oscura, conoscenza di Dio. Ma l’uomo d’oggi non ne vuole sentir parlare, anche se talora, senza forse accorgersi, in qualche modo le percorre queste vie, quella specialmente, la quinta, che rivela l’esistenza della necessità (cfr. Galileo, Dial. giorn. I) d’un ordine, d’una finalità, d’un pensiero nelle cose (cfr. Danusso); vie che conducono, oltre l’esperienza scientifica, a riconoscere in esse un’anteriore e interiore Presenza pensante e creatrice. O forse le percorre a ritroso per arrivare alla scoperta di ciò che manca alle cose, la privazione d’una propria ragione d’essere, una propria causa sufficiente (cfr. Sartre).

V’è nei moderni, anche benpensanti, giovani specialmente, un diffuso timore che l’idea di Dio abbia ad oscurarsi e a dissolversi sotto la pressione della nuova mentalità, originata dal contatto scientifico del mondo e dal senso di forza e di libertà, che sembra derivare all’uomo sottratto dalla soggezione a principi assoluti e trascendenti (cfr. J. M. Aubert, Recherche scientifique et foi chrétienne). Ma questa crisi si può risolvere mediante una purificazione continua dell’idea stessa di Dio e del suo culto, quando si metta in rilievo quale veramente deve essere, un’idea sempre crescente, sempre necessaria, sempre feconda, sempre viva (cfr. Guardini, Le Dieu vivant); oppure anche quando si vogliano sottoporre a nuove analisi i procedimenti del nostro pensiero (cfr. B. Varisco, Dall’uomo a Dio, Cedam, Padova, 1939; De Lubac, Sur les chemins de Dieu, Aubier 1956). E si può risolvere anche in altro modo, spingendo logicamente il mondo materialista e ateo alle sue fatali conseguenze, che appellano finalmente a Dio per non cadere in mostruose e catastrofiche concezioni di pseudo-assoluti e di disumane forme di vita. Questo grido doloroso e stupito si dovrà levare un giorno verso Dio dal mondo moderno, fatto padrone delle cose e ad esse pesantemente schiavo; e sarà un giorno grande, di salute e di poesia, nel quale Dio apparirà quello ch’Egli è per noi, «principio dell’esistenza, ragione del pensiero, legge dell’amore» (S. Aug.Contra Faustum, 20, 7; P.L. 42, 372); l’eterno nuovo, il verbo silenzioso, la presenza invisibile, l’abisso gaudioso, il principio totale, l’Essere vivo.

Coraggio, non è impossibile, non è difficile; con un po’ di sforzo, da uomini veri, da cristiani umili, pensando lo cerchiamo Iddio, poi amando lo troviamo. Coraggio.

(Paolo VI, Udienza generale, 27 novembre 1968)

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