Tutto ciò che esiste è santo

 

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L’essere distaccati dalle cose non significa stabilire una contraddizione tra le «cose» e «Dio», come se Dio fosse un’altra «cosa» e le Sue creature fossero le sue rivali. Noi non ci distacchiamo dalle cose per unirci a Dio, ma piuttosto ci distacchiamo da «noi stessi» per vedere e servirci di ogni cosa in Dio e per Dio. È questa una prospettiva totalmente nuova che molte persone, anche profondamente morali ed ascetiche, non riescono ad afferrare fino in fondo. Non esiste perversità nelle cose create da Dio, e nessuna cosa che a Lui appartiene può essere di ostacolo alla nostra unione con Lui. L’ostacolo si trova in noi stessi, ossia nella tenace necessità di conservare la nostra volontà separata, esteriore, egoistica. E quando riferiamo ogni cosa a questo nostro falso «io» esteriore che ci alieniamo dalla realtà e da Dio. E allora il nostro falso io che diventa il nostro dio, e noi amiamo tutte le cose per amore di questo falso io. Ci serviamo di ogni cosa, per così dire, per adorare questo idolo che è il nostro io immaginario. Ciò facendo pervertiamo e corrompiamo le cose, o piuttosto, rendiamo corrotte e peccaminose le nostre relazioni con esse. Con ciò noi non rendiamo perverse le cose, ma ce ne serviamo per accrescere il nostro attaccamento al nostro io illusorio.

Coloro che tentano di sfuggire a questa situazione, trattando le cose buone create da Dio come se fossero perverse, non fanno che irrigidirsi in un terribile errore. Fanno come Adamo quando riversò la colpa su Eva, e come Eva quando incolpò il serpente nell’Eden. «La donna mi ha tentato. Il vino mi ha tentato. Il cibo mi ha tentato. La donna è perniciosa. Il vino è veleno. Il cibo è morte. Io li devo odiare e vilipendere. Odiandoli darò gloria a Dio…». Questi sono pensieri ed atteggiamenti da bambino, da selvaggio, da idolatra, che tenta con la magia, con gli incantesimi, con sortilegi, di proteggere il suo io egoistico, di placare l’insaziabile piccolo dio che risiede nel suo cuore. Scambiare un simile idolo per Dio sarebbe commettere il peggior sproposito, perché trasformerebbe l’uomo in un fanatico, incapace di contatto sostenuto con la verità, incapace di amore genuino. Volendo concepire il loro «io» come cosa «santa», simili fanatici considerano empia ogni altra cosa.

Non è vero che i santi e i grandi contemplativi non abbiano mai amato le cose create, non abbiano compreso o apprezzato il mondo, ciò che in esso si vede o si ode, chi in esso vive. Amavano tutti e tutte le cose. Credete che il loro amore per Dio fosse compatibile con un senso d’odio per le cose che Lo riflettono e che parlano di Lui per ogni dove?

Direte che con ogni probabilità essi erano assorti in Dio e non avevano occhi per vedere altro che Lui. Pensate forse che camminassero con il viso impietrito e non ascoltassero le voci degli uomini che si rivolgevano loro, o non comprendessero le gioie e i dolori di chi li circondava? Proprio perché erano assorti in Dio, i santi erano veramente capaci di vedere e di apprezzare le cose create, e proprio perché amavano Dio solo erano i soli ad amare tutti.

Alcuni uomini sembrano credere che un santo non possa dimostrare interesse per le cose create. Immaginano che qualsiasi reazione spontanea, o qualsiasi forma di godimento, sia appagamento peccaminoso della «natura corrotta». Credono che essere «soprannaturale» significa soffocare ogni spontaneità con qualche cliché o con riferimenti arbitrari a Dio. Lo scopo di questi cliché è, per così dire, di tenere a distanza ogni cosa, di frustrare ogni reazione spontanea, di esorcizzare ogni senso di colpevolezza. O forse di coltivare questi sentimenti! Ci si chiede, qualche volta, se una simile moralità non sia dopotutto amore per la colpa. Queste persone ritengono che la vita di un santo non possa essere che una lotta continua contro il senso di colpevolezza, che un santo non possa bere neppure un bicchiere d’acqua fresca senza fare un atto di contrizione per essersi dissetato, quasi che questo fosse un peccato mortale. Come se per i santi l’esser sensibile alla bellezza, alla bontà, a ciò che è piacevole, fosse offesa a Dio. Come se il santo non potesse mai permettersi di godere di qualche altra cosa all’infuori della preghiera e dei suoi atti di pietà interiori.

Un santo è capace di amare le cose create, di goderne e di servirsene con semplicità e naturalezza, senza nessun accenno ufficiale a Dio, senza attirare l’attenzione sulla propria pietà, senza rigidità artificiale. La sua mansuetudine e la sua dolcezza non vengono spremute attraverso i pori mediante la costrizione di una camicia di forza spirituale. Queste derivano dalla sua docilità immediata alla luce della verità e alla volontà di Dio. Un santo, quindi, è capace di parlare delle cose del mondo senza fare esplicito riferimento a Dio; ma il modo in cui ne parla dà maggiore gloria a Dio e suscita un maggiore amore per Dio, di quanto non farebbero le osservazioni di una persona meno santa che deve fare uno sforzo per stabilire un collegamento tra le creature e Dio attraverso analogie trite e metafore logore, che si rivelano così deboli da gettare un velo di sospetto sulla religione.

Il santo sa che il mondo e tutto ciò che è stato creato da Dio è buono; mentre coloro che non sono santi, pensano che le cose create non siano sante, oppure non si curano di ciò né in un senso né nell’altro, perché si interessano unicamente di se stessi.

Gli occhi del santo rendono santa ogni bellezza, e le mani del santo consacrano alla gloria di Dio tutto ciò che toccano, e nulla può offendere il santo, nessun peccato umano lo può scandalizzare perché egli non conosce peccato: Egli conosce soltanto la misericordia di Dio, ed è sulla terra per portare questa misericordia a tutti gli uomini.

Quando siamo una sola cosa con l’amore di Dio, tutte le cose ci appartengono in Lui. Sono nostre per offrirle a Lui in Cristo Suo Figlio. Perché tutte le cose appartengono ai figli di Dio e noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio. Cercando la Sua gloria al disopra di ogni piacere e pena, gioia o dolore, al disopra di ogni bene o di ogni male, noi amiamo in ogni cosa la Sua volontà più che le cose in se stesse, e in questo modo facciamo del creato un sacrificio in lode di Dio.

Questo è il fine per cui tutte le cose furono fatte da Dio.

La sola, vera gioia sulla terra consiste nell’evadere dalla prigione del nostro falso io e di unirci, mediante l’amore, alla Vita che dimora e canta nell’essenza di ogni creatura e nell’intimo della nostra stessa anima. Nel Suo amore possediamo ogni cosa, godiamo di ogni cosa, perché in ogni cosa troviamo Lui. Così, mentre siamo nel mondo, tutto ciò che incontriamo, tutto ciò che vediamo, sentiamo e tocchiamo, lungi dal contaminarci ci purifica e semina in noi un po’ più di contemplazione e di cielo.

Mancando questa perfezione, le cose create non ci danno gioia, ma dolore. Fino a quando non amiamo Dio in modo perfetto, tutto ciò che è al mondo sarà in grado di recarci dolore. E la più grande sciagura è quella di essere morti al dolore che le cose ci infliggono, e di non comprendere che cosa esso sia.

Perché fino a quando non giungiamo ad amare Dio in modo perfetto, il Suo mondo è pieno di contraddizione. Le cose che Egli ha creato ci attirano a Lui, eppure ci tengono lontani da Lui. Esse ci attraggono e ci uccidono. E noi Lo troviamo in esse sino ad un certo punto, poi non Lo troviamo affatto.

Proprio quando crediamo di aver trovato qualche gioia nelle cose, la gioia si tramuta in dolore; e quando le cose cominciano a darci piacere, il piacere si tramuta in pena.

In tutte le cose create, noi, che non amiamo ancora Dio perfettamente, possiamo trovare qualcosa che riflette l’angoscia dell’inferno. Troviamo qualcosa della gioia della beatitudine e qualcosa della pena di quella perdizione che è la dannazione.

La pienezza di gioia che troviamo nelle creature appartiene alla realtà dell’essere creato, una realtà che viene da Dio e appartiene a Dio e riflette Dio. L’angoscia che troviamo in esse appartiene al disordine del nostro desiderio, che cerca nell’oggetto del nostro desiderio una realtà più grande di quella che esso realmente possegga, una pienezza maggiore di quanto qualsiasi cosa creata è capace di dare. Invece di adorare Dio attraverso il Suo creato, noi cerchiamo sempre di adorare noi stessi nelle creature.

Ma adorare il nostro falso io è adorare il nulla. E adorare il nulla è l’inferno.

Il «falso io» non deve essere identificato con il corpo. Il corpo non è perverso né irreale. Esso possiede una realtà che gli è stata conferita da Dio, e questa realtà è perciò santa. Quindi diciamo correttamente, anche se in maniera simbolica, che il corpo è il «tempio di Dio», a significare che la Sua verità, la Sua perfetta realtà, sono in esso custodite nel mistero del nostro stesso essere. Nessuno quindi osi odiare o disprezzare quel corpo che gli è stato affidato da Dio, e nessuno osi abusare di questo corpo. Nessuno profani la propria unità naturale operando una divisione tra anima e corpo, come se l’anima fosse buona e il corpo cattivo. L’anima e il corpo sussistono uniti nella realtà della persona interiore, nascosta. Se i due vengono separati l’una dall’altro, non vi è più una persona, non vi è più una realtà viva, sussistente, fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Il «matrimonio» tra il corpo e l’anima in un’unica persona è uno dei fattori che rende l’uomo immagine di Dio; e ciò che Dio ha unito nessun uomo può separare senza pericolo.

È altrettanto falso  trattare l’anima come se fosse «tutto l’io»; oppure il corpo come se fosse «tutto l’io». Quelli che commettono il primo errore cadono nel peccato dell’«angelismo»; quelli che commettono il secondo vivono al disotto del livello assegnato da Dio alla natura umana. Vi sono molte persone rispettabilissime, e che praticano anche una moralità convenzionale, per le quali non esiste nessun’altra realtà nella vita, al di fuori di quella del proprio corpo e delle relazioni di questo con le «cose». Queste si sono ridotte a vivere una vita limitata entro i confini dei loro cinque sensi. Il loro «io» è quindi un’illusione basata sull’esperienza dei sensi e nulla più. Per queste, il corpo diventa fonte di falsità e di inganno: ma non per colpa del corpo. Per colpa della persona stessa che acconsente all’illusione, che trova sicurezza nell’auto-inganno e si rifiuta di rispondere alla voce segreta di Dio che l’invita a correre un’alea, ad arrischiarsi, per mezzo della fede, oltre i limiti rassicuranti e protettivi dei suoi cinque sensi.

(tratto da Thomas Merton, Semi di contemplazione)

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