Di cosa è fatto il nostro desiderio?

klee19

Certe domande ci attendono da sempre. Possiamo eluderle, cercare di sviare, continuare a cambiare discorso, ma dentro di noi sappiamo che questo gioco a rimpiattino ha un prezzo. Sfuggire a tali domande significa sfuggire a noi stessi e non rispondere all’appello che la vita ci lancia. Una di queste è legata al desiderio e, nel modo più incisivo e personale, si può formulare così: «Qual è il mio desiderio?». Il mio desiderio profondo, quello che non dipende da nessun possesso o necessità, che non si riferisce a un oggetto, ma al significato stesso. «Qual è il mio desiderio?». Il desiderio che non coincide con le quotidiane strategie del consumo, ma con l’orizzonte ampio del consumare, della mia realizzazione come persona unica e irripetibile, dell’accettazione del mio volto, del mio corpo, fatto di esteriorità e interiorità (entrambe così vitali), del mio silenzio, del mio linguaggio.

La società dei consumi, con le sue finzioni e la sua ebbrezza, promette di soddisfare tutto e tutti, e identifica erroneamente la felicità con l’essere sazi. Sazi, pieni, riempiti, addomesticati: è così che ci sentiamo quando le nostre necessità si risolvono (o crediamo si risolvano) nella festa del consumo. La sazietà che si ottiene dal consumo è una prigione del desiderio, ridotto a un impulso di soddisfazione immediata. Il desiderio reale, invece, è strutturalmente caratterizzato da una mancanza, da un’insoddisfazione che diventa principio dinamico e proiettivo. Il desiderio è letteralmente insaziabile, perché aspira a ciò che non si può possedere: il significato. In questo senso il desiderio non si sazia, si approfondisce.

Per tutte queste ragioni non possiamo porci la domanda «qual è il mio desiderio?» se non accettiamo quel viaggio che comincia solo quando osiamo entrare in noi stessi. Quando, mossi da ragioni ponderose o dall’ironia di quello che ci sembra solo un disdicevole polverone dovuto al caso, ci disponiamo finalmente a comprendere ciò che è in noi fin dal principio, ma abita l’altro lato del nostro specchio. E, come dice Françoise Dolto, quando arriva quel momento, «se un essere umano sente un desiderio tanto forte da accettarne consapevolmente tutti i rischi, significa che onora la vita di cui è portatore».

Cosa succede, allora? Ci ritroviamo a interrogarci, a riflettere, a esitare, a elaborare interiormente la nostra esperienza, a guardare certi momenti con altri occhi. È possibile che ci sentiamo all’improvviso vicini a quanto dice Merleau-Ponty: «La solitudine e la comunicazione non devono essere visti come termini alternativi, ma come due facce di un unico fenomeno». È possibile che per la prima volta osiamo superare i percorsi abituali, la cartografia sonnolenta e presumibilmente comoda in cui costringiamo la vita. Sarà assai difficile entrare in contatto con la sofferenza sommersa e abbracciare quel dolore che fatichiamo tanto a riconoscere. A chissà quanti metri di profondità, si trova un dolore mai sanato, che condiziona però tutta la superficie. Identificare e prendersi cura di quel dolore è la condizione necessaria per essere noi stessi e per poter capire anche il dolore che gli altri si portano dietro, toccando la loro e la nostra verità. Il momento dell’accettazione di sé, con le sue lacune e punti deboli, è un passaggio critico, addirittura lacerante, ma ci apre alla possibilità di trasformazione e fecondità, ci apre all’enunciazione del desiderio. E, non dimentichiamolo, la vulnerabilità accolta in quanto tale si trasforma molte volte nella finestra da cui entra l’inaspettata trasparenza della grazia. Ogni persona è un homo desiderans. Ma dobbiamo chiederci spesso di cosa sia fatto il nostro desiderio.

(tratto da José Tolentino Mendonça, La mistica dell’istante. Tempo e promessa, Vita e Pensiero, 2015, pp. 84-86).

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