C’è chi ti cerca nel vento e chi ti trova nella brezza

petrov20

Mi accadde una volta, mio Signore (anzi, a pensarci bene, più di una volta mi è accaduto) di udire strane reazioni, a proposito della preghiera. Spesso mi chiedono di parlarne e io tengo queste meditazioni come meglio posso ma, spero, con qualche fondamento teologico e una certa passione esistenziale. Ebbene, più di una volta mi è accaduto che qualcuno dicesse: «Che bel discorso ci ha tenuto, pieno di dottrina e di poesia; però quello di cui ci ha detto non è preghiera!»

E a me, Signore, cadevano le braccia. O io ti avevo servito tanto male o i miei uditori avevano della preghiera un concetto davvero distorto e riduttivo. Non voglio scagionarmi dal primo sospetto, ma non mi riesce di liberarmi dal secondo. Mi sembra proprio che, per preghiera, noi intendiamo un recitar formule e un domandare cose.
E io non nego che si possa pregare recitando formule, ma le formule non sono che il vestito che ci mettiamo addosso; e la preghiera resta sotto. Possiamo cambiare formule, cambiar vestito, non vestire per nulla quel nostro silenzio stupefatto che forse è la preghiera vera.

E non nego che si possa chiederti «grazie», ma la preghiera vera è la grazia al singolare, la tua amicizia, la tua presenza, la tua inabitazione in noi; e si può certo pregare senza chiederti nulla, ma soltanto guardandoti in silenzio, o ascoltando la tua parola biblica, la tua parola interiore, e conversando con te.
La Scrittura ci dà splendidi esempi di tutte queste forme di preghiera; e ci sono dei salmi in cui si chiede e ci sono dei salmi in cui si esalta la tua potenza, il tuo amore, la tua misericordia. Ci son salmi perfino (e son forse i più belli) in cui si parla col creato e lo si invita a lodarti: «gioiscano i cieli, esulti la terra, frema il mare e quanto racchiude; esultino i campi e quanto contengono, si rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che viene… Il Signore regna, esulti la terra, gioiscano le isole tutte… i fiumi battano le mani, esultino insieme le montagne!»

Forse che questa non è preghiera?
E tu stesso, Gesù, ci hai insegnato il Padre nostro, nel quale certo si domanda ma, prima ancora, ti si loda con disinteressata gratuità. Forse nemmeno questa è preghiera e neanche tu avevi in proposito idee chiare? In effetti siamo noi ad avere idee confuse ed una pratica pietistica interessata e commerciale, proprio in linea con la nostra cultura del profitto.
E queste che ti facciamo qui ogni mese sono divagazioni, riflessioni: sono un parlare con te. Dovremmo perciò pensare che non sono preghiere? E cos’è mai allora la preghiera, se non proprio un conversare con te, con tutte le nostre osservazioni, interrogazioni, lamenti? Con dolci abbandoni e fantasiose svagatezze più ancora che calcolate richieste?
Lasciaci pregare a questo modo; e lo so bene che tu non hai niente in contrario e spero anzi che ne sia contento. Ma insegna agli altri a lasciarci pregare così. Fallo capire ai fedeli formalisti e un po’ bigotti e perfino a taluni tuoi ministri affezionati troppo alle formule abituali e collaudate e sospettosi nei confronti delle più libere espressioni.
Tempo addietro si davano dei prontuari di lettere amorose ai quali gli amanti potevano attingere per le loro corrispondenze. Oggi ci fanno un po’ sorridere quelle lettere d’amore copiate da un libro o mandate a mente per recitarle, a tempo debito. Eppure il nostro pregare non è forse quasi tutto così? Un mandare a memoria delle formule scritte da altri ed assunte da noi senza che spesso riusciamo ad aggiungere nulla di nostro?
Non nego, certo, che si possa pregare anche così. Anzi la formula fissa, per pregare coralmente, risulta necessaria; e ben venga. Ma guai se non serbiamo spazio anche per le «formule» nostre, per il libero e personale esprimerci e parlare con te!

Insegnaci, dunque, un po’ di gratuità e di fantasia; e già ti sto chiedendo qualche cosa; ma ti chiedo di saper anche non chiedere, paga soltanto di guardarti, con un innamorato sguardo, senza altri fini che te.
«I cieli narrano la gloria di Dio», dice la Bibbia; e certo un firmamento pieno di stelle è uno spettacolo che eleva facilmente il cuore a te. Però anche la terra racconta la tua gloria; e non solo la terra fiorita, a primavera, ma la terra arsa dell’agosto e la terra fangosa dell’ottobre; gli alberi verdi, ricchi di fronde e di nidi e gli alberi spogli che rabbrividiscono al gelo dell’inverno, quando le rondini sono emigrate e anche i nostri passerotti si riparano nelle tettoie e nei fienili.
Ti loda il mare e ti lodano gli stagni; e anche le modeste pozze d’acqua, create da un acquazzone e subito asciugate dal sole.
Ti lodano le cime dei monti, ma anche le groppe più modeste dei colli, e la pianura piatta che par monotona alla scarsa fantasia ma è piena di campi, di strade, di case, di villaggi. Sembra monotona ed è immensa, come il mare: un gran mare di terra, su cui spazia lo sguardo senza incontrare ostacoli; e vede il sole sorgere e vede il sole tramontare. La sua immensità senza confini narra l’immensità tua che non si potrà mai misurare.
Il cielo, la terra, il mare sono le tre grandi misure che rimandano a te, senza misura.
Ma non solo le cose grandi narrano te: anche le piccole. Perché tu sei infinito ma ti riveli nella finitezza, ti vesti di tempo, ti manifesti nello spazio, nel signore Gesù che nacque in un luogo della terra, in un anno del tempo, parlò una certa lingua e visse una determinata cultura. Lui, l’eterno, si fece storia e consacrò la storia.
Tu ti riveli nelle cose piccole non meno che nelle grandi, negli eventi comuni come negli straordinari. Le tue manifestazioni sono tante e ciascuna ha una sua modalità e corrisponde ad una nostra attesa.
C’è chi ti cerca nel vento e chi ti trova nella brezza, chi sale sui monti, per raggiungerti e chi è raggiunto da te, sulla soglia di casa.
Tu sei un Dio straordinario ed infinito ma anche un Dio domestico e dimesso, ti riveli nel fulmine ma anche nel gracidare di una rana, nel lupo e nel cane, nella tigre e nel gatto. C’è un proverbio che dice: «Dio ha creato il gatto perché l’uomo potesse accarezzare la tigre», ed egualmente potrebbe dirsi del temibile lupo che noi possiamo accarezzare, stropicciando le orecchie al nostro cane. E anche il lupo e la tigre, come il cane ed il gatto dicono la tua gloria, magnificano la tua creazione.
Tu ti riveli nel cielo terso e ti riveli nella nebbia: la dolce nebbia che fascia le asprezze dei contorni, smussa le punte, smorza i colori in sinfonie di grigio, ci parla di te oscuro e imprendibile, velato dalla bruma del mistero.
Tra tutte le teofanie, attraverso le quali ti sei rivelato a noi, io amo, più d’ogni altra, quella narrata nel terzo libro dei Re: «Ed ecco passare il Signore, preceduto da un forte vento che squarciava i monti e spaccava le pietre, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. E dopo il fuoco il mormorio di una brezza leggera. Quando Elia la udì si coperse la faccia col mantello, uscì fuori e si fermò all’entrata della grotta».
A un popolo primitivo tu spesso ti riveli nella terribilità e incuti spavento; ma al profeta, che ha orecchio sensibile e cuore attento, ti riveli in un modo più dimesso, come un Dio povero e quasi casalingo: un Dio che ha accantonato il fulgore e la gloria di cui talora si era rivestito per rivelarsi nella kenosi della normale brezza; così come, nel mitico giardino dei primordi, scendevi a passeggiare nell’aura meridiana; ed anche là tutto era semplice e domestico.
Nella teofania della trasfigurazione ti rivelasti invece in maniera nuovamente solenne. Il Verbo incarnato in Gesù Cristo che aveva dimenticato in cielo la sua gloria per vestirsi della nostra umanità, ora pareva dimenticare il suo abbassamento per ricordarci la sua divinità. È una dialettica che deve tenerci sempre desti, per consentirci una visione, per quanto possibile, completa di te. E a Pietro, che auspicava una permanenza sul Tabor, nella contemplazione del prodigio e della gloria, rispondesti oscurando di nuovo la tua gloria. Era stato un breve momento di eccezionalità; ora, scendendo dal monte, tutto tornava nella norma umana, con la divinità nascosta, come un lucignolo che ardeva sotto al velame della carne mortale: tanto mortale che morì; e solo dopo aver pagato questo estremo tributo alla normale condizione umana, ti riprendesti la tua gloria visibile. Però a Tommaso avevi detto: «beati coloro che, senza vedere, crederanno».

Dacci, Signore, questa beatitudine, facci capaci di vederti anche là, dove tu non risplendi: nel cielo nebbioso, nella brezza leggera, nella normalità del nostro vivere che fu anche la normalità del tuo vivere, sopra alla nostra terra (e la trasfigurazione fu una breve parentesi aperta e chiusa; e i miracoli che quasi parevan fatti controvoglia, per guarire la gente). Dacci, insomma, di credere in te anche là dove non ti riveli nei prodigi ma ti nascondi nella quotidianità.

(tratto da: Adriana Zarri, Quasi una preghiera, Einaudi 2012)

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