Il cielo non è tramontato ancora

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Come ci ricorda il filosofo rumeno Constantin Noica, un giorno anche le stelle si sono ammalate. Dopo aver vegliato su un mondo inferiore alle aspettative, alcune di loro si sono ritirate diventando stelle oziose, altre invece si sono immischiate troppo nelle vicende umane mettendo definitivamente a rischio la loro natura celeste, altre infine si sono date troppe determinazioni diventando più rispondenti ai calcoli degli astronomi che agli dèi. Le stelle si sono ammalate.

Anche il cielo è malato. Gli antichi credevano nell’incorruttibilità delle sfere celesti, così come credevano nell’incorruttibilità divina. Ma il cannocchiale di Galileo venne a mostrare le imperfezioni della luna che i suoi contemporanei non volevano vedere. Oggi si è giunti a identificare delle malattie galattiche. Nel cosmo è nascosto un tarlo.

Anche la luce è malata. Goethe credeva ancora nella sua perfezione, e perciò protestava con Newton che la considerava una mescolanza di sette colori e quindi impura. Poi la luce venne misurata nella sua velocità di trasmissione e si scoprì che è fessurata internamente, essendo insieme corpuscolo e onda. Troppe malattie in un semplice raggio di luce.

Anche il tempo è malato. Il tempo assoluto, omogeneo, uniforme si è rivelato meno maestoso dal momento che è divenuto semplice tempo locale, tempo solidale con lo spazio, che a sua volta si è ridotto a semplice coesistenza delle cose, talvolta a realtà regionale con limiti ai confini. Anche la vita è malata con le approssimazioni e le incertezze segnalate dalla biologia contemporanea, per la quale la vita è una semplice tumefazione della materia, un caso trasformato in necessità.

Malato è anche il logos frantumato in lingue regionali quando dovrebbe portare con sé, come dice il suo nome, l’unità della ragione. Ma se tutte le grandi entità sono malate e se la cultura viene a mostrare le loro malattie come costituzionali, con che occhi possiamo guardare ancora il cielo? Fu così che la lettura del cielo, la sua regola, la sua norma, la sua misura sprofondò nell’inconscio degli uomini e si mescolò nelle trame confuse dell’irrazionale, per riemergere come assillo quotidiano circa il senso del tempo e la sorte futura. Ma oggi non siamo più all’altezza dell’antico paesaggio, non ne individuiamo più i contorni, i pieni, i vuoti, i volumi di senso, perché non conosciamo più il cielo che le parole degli antichi descrivevano come una volta che abbraccia il mondo, e tantomeno l’anima universale nel suo dibattersi tra il cielo e la terra. Oggi conosciamo solo anime individuali, rese asfittiche dall’incapacità di correlare la loro sofferenza quotidiana con il dolore del mondo.

Un volume di senso, quello che gli antichi riferivano alla volta celeste, è stato spazzato via dalle scienze psicologiche che, delimitando il campo alla semplice descrizione dei processi psichici individuali o alla problematica normalizzazione dei comportamenti, hanno eluso la domanda di fondo che percorreva l’anima del mondo nel suo dibattersi tra spirito e materia, dove restava indecidibile se l’uomo fosse l’autore di una storia con tutto il ventaglio delle sue creazioni o semplicemente l’esecutore di un destino già scritto nello spessore della materia.

Per questo scrutiamo le stelle, ma ormai con quell’occhio obliquo che vuol piegare il loro corso alla buona riuscita dei nostri progetti. Perdita della misura e dell’innocenza dello sguardo, che si muove in uno spazio che non è garantito neppure dall’aristotelico “cielo delle stelle fisse”, perché anche questo cielo è tramontato per noi.

(“Le malattie dello spirito”, sta in Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli 2007)

 

Riflessione personale: La nostra unica possibilità non è certo quella di affidarsi alle scienze psicologiche e al loro tentativo (penso proprio inutile, anche per esperienza) di uniformare il comportamento ad un parametro “normale”, variabile peraltro di decennio in decennio e, negli ultimi tempi, anche di anno in anno. Le scienze psicologiche o la psicoanalisi (da Freud, Jung, Lacan etc.) sono fallite, non certo per questo tentativo, ma perché si affidano ad un orizzonte limitato e limitante, quello del nostro mondo concreto, fatto di beni materiali e cose, di cui un capitalismo selvaggio genera un bisogno compulsivo di acquisto e di appropriazione. La psicologia è serva di questa opzione.

La nostra salvezza risiede proprio in uno sguardo che sappia volgersi al di là di questo mondo ristretto, di questa caverna platonica in cui siamo sepolti vivi, capaci di vedere solo ombre e proiezioni, mai la Verità della nostra vita. Alzare lo sguardo (o uscire dalla caverna), poter vedere oltre la realtà tragica della vita, che buona parte anche della psicologia ci ha voluto concedere, pensare ad un mondo diverso e ad una realtà che supera il tramonto dell’occidente, il suo nichilismo esasperato. Non posso suggerire come si debba chiamare questa salvezza, se risiede in noi o fuori di noi. Ognuno può chiamarla come crede o non chiamarla affatto. Sta solo a noi, però, fare lo sforzo per superare la pigrizia e volgere uno sguardo intanto dentro di noi, ma anche fuori di noi, se troviamo, come scriveva Agostino, nel De vera religione, la nostra natura mutevole:

«Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità e, se troverai che la tua natura è mutevole, trascendi anche te stesso. Ma ricorda, quando trascendi te stesso, che trascendi l’anima razionale: tendi, pertanto, là dove si accende il lume stesso della ragione. A che cosa perviene infatti chi sa ben usare la ragione, se non alla verità? Non è la verità che perviene a se stessa con il ragionamento, ma è essa che cercano quanti usano la ragione» (Agostino, De vera religione, 39.72).

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