Il primato della teoria sulla prassi

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L’impossibilità di dominare la natura iscrive tanto il fare tec­nico quanto l’agire politico nell’ordine immutabile della natura che l’uomo non può dominare, ma solo svelare. Da qui la conce­zione greca della verità come svelamento (a-létheia) della natura (physis) dalla cui contemplazione (theoria) nascono le conoscen­ze relative al fare e all’agire.

Il primato greco della teoria sulla prassi non deriva da una svalutazione della dimensione “poietica” o produttiva dell’uomo, ma dalla consapevolezza che non si dà corretta azione tecnica o politica se non si conoscono le leggi immutabili della natura. Co­noscere queste leggi, scoprirne la regolarità significa aprire spa­zi alla tecnica che comunque non può dominare la natura, non tanto per l’insufficienza della strumentazione all’epoca disponi­bile, quanto perché la natura, se è immutabile, è per ciò stesso indomabile. In questo scenario il fare tecnico è limitato al com­pito di liberare dal bisogno che ostacola la vita filosofica, la qua­le si esprime nella contemplazione, che non è, come nel mondo orientale, “inazione”, ma la forma più alta di azione che scruta l’ordine della natura per reperire le regole del “retto fare” e del “retto agire”.

Nella lingua latina, infatti, contemplare è l’atto mediante il quale ogni essere riconosce il suo posto nella gerarchia cosmica, e da questo riconoscimento attinge la regola per la propria azio­ne. Questa non si cadenza sugli scopi che l’uomo può proporsi, ma sull’ordine del Tutto a cui l’uomo deve adeguarsi, dopo aver riconosciuto nei cieli e nella regolarità del moto celeste la misu­ra inoltrepassabile. Per questo Terenzio chiama templa i cieli, e così Vairone e Lucrezio quando parla degli Acherusia templa. Il termine traduce letteralmente la theoria greca, che etimologi­camente rinvia a théa (visione) e a oráo (vedere), dove, nella fu­sione delle due radici, si intensifica il senso di quella visione, in sanscrito vidya, che nella radice vid, da cui il latino videre, cu­stodisce il segreto dei Veda.

Per diverse e distanti che siano, queste parole pre-occidentali non ospitano una prassi come intervento dell’uomo sulla natu­ra, ma, come dice Plotino, un theórema, dove il cosmo è “ogget­to di contemplazione”, e dove l’uomo deve assimilare il suo lógos al “lógos cosmico che opera [ poiéi ] restando immobile, e dunque restando in sé [ en auto ménon ]”. Questo schema, che descrive la relazione dell’uomo alla totalità cosmica, era già stato antici­pato da Cicerone per il quale: “l’uomo è nato per contemplare il cosmo e, pur essendo lontano dall’esser perfetto, è pur sempre una piccola parte di ciò che è perfetto”.

Se la perfezione è del Tutto, perfetta non sarà l’azione che per­segue la finitezza degli scopi promossi da un’intenzionalità che non può modificare l’ordine cosmico, ma l’azione che, contem­plando quest’ordine, cerca di adeguarsi consentendo al mortale di toccare l’eterno. Il primato greco della contemplazione, conse­guente al concetto di verità come svelamento (alétheia), non è dun­que una svalutazione della prassi, ma una sua nobilitazione a irradiamento di una visione, dove il fare (poíesis) discende senza mediazioni dal vedere (theoría). Ce ne dà conferma la risposta che Plotino strappa dalle labbra della natura, riluttante a parlare per­ché la parola potrebbe interrompere la sua contemplazione:

Meglio sarebbe non interrogare, ma comprendere e tacere, come faccio io che sono silenziosa e non usa a parlare. L’essere che nasce è visione [théama], ed io che sono nata da una simile visione ho una naturale tendenza alla contemplazione, onde che l’atto stesso del mio contemplare crea.

Come la natura, così l’uomo. Il suo “fare tecnico” è limitato al­la soddisfazione di quei bisogni che, non soddisfatti, non consen­tirebbero di accedere alla contemplazione la quale, come fine ul­timo di ogni “fare”, è ciò a cui la tecnica resta comunque subordi­nata. Conferme in tal senso ne abbiamo da Aristotele per il quale:

Man mano che venivano scoperte numerose tecniche, le une diret­te alle necessità della vita e le altre al piacere, sono sempre stati con­siderati più sapienti gli scopritori di queste che non gli scopritori di quelle, per la ragione che le loro conoscenze non erano rivolte all’utile. Di conseguenza, quando già si erano costituite tutte le tecni­che di questo tipo, si passò alla scoperta di quelle scienze che non hanno attinenza né con il piacere né con le necessità della vita, e ciò avvenne dapprima in quei luoghi in cui gli uomini erano già liberi da occupazioni pratiche.

Quando la tecnica ha assolto il suo compito, che è quello di liberare l’uomo dal bisogno e dalle necessità elementari della vi­ta, l’uomo può compiere “il passaggio a quell’altro genere di at­tività [ metábasis eis állo ghénos ]” che è poi il passaggio dal fare al vedere a cui la tecnica resta subordinata.

(tratto da Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, 1999)

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