Dimmi il tuo nome

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Il Dio razionale, il Dio che non è altro che la Ragione dell’Universo, in quanto tale distrugge se stesso nella nostra mente, e rinasce in noi solo quando lo sentiamo nel nostro cuore come persona vivente, come Coscienza, e non più soltanto come Ragione impersonale e oggettiva dell’Universo. Per spiegarci razionalmente la costruzione di una macchina, ci è sufficiente conoscere la scienza meccanica di colui che l’ha costruita; ma per capire che tale macchina esiste dobbiamo presupporre un essere cosciente costruttore, giacché a produrla è stato l’uomo e non la Natura. Ma la seconda parte di questo ragionamento non è riferibile a Dio, nonostante si dica che in Lui la scienza meccanica e il meccanismo che concorrono alla costruzione della macchina siano un’unica e identica cosa. Questa identità, razionalmente, non è altro che una petizione di principio. Ed è così che la ragione distrugge questa Ragione Suprema in quanto persona.

Non è la ragione umana, in definitiva, ragione che, dal canto suo, neppure si sostiene se non basandosi sull’irrazio­nale, su tutta la coscienza vitale, sulla volontà e sul senti­mento; non è la ragione umana in grado di provarci l’esi­stenza di una Ragione Suprema, che a sua volta dovrebbe fondarsi sul Supremo Irrazionale, sulla Coscienza Universa­le. E la rivelazione sentimentale e immaginativa, è quella che, per amore, per fede, per opera di personificazione di tale Coscienza Suprema ci porta a credere nel Dio vivente.

E questo Dio, il Dio vivo, il tuo Dio, il nostro Dio, è in me, è in te, vive in noi, e noi viviamo, ci muoviamo ed esi­stiamo in lui. Ed è in noi per la fame che abbiamo di Lui, per il nostro anelito, poiché si fa bramare. Ed è il Dio degli umili, poiché Dio scelse la stoltezza del mondo per confondere i sapienti, la debolezza per confondere i forti, come afferma l’Apostolo (1 Corinzi 1,27). E Dio è in ognuno di noi, a seconda di come ciascuno lo sente e lo ama. «Se di due uomini – dice Kierkegaard – uno prega il vero Dio senza sincerità personale, e l’altro con tutta la passione dell’infinitezza prega un idolo, è il primo colui che in realtà prega un idolo, mentre il secondo prega veramente Dio». Ancor meglio è dire che il Dio vero è colui che è pregato e desiderato con sincerità. E persino la stessa superstizione può essere più rivelatrice della teologia. Il vecchio Padre dalla barba fluente e dalle candide chiome, che appare tra le nubi tenendo in mano il globo terrestre, è più vivo e più vero dell’ens realissimum della teodicea.

La ragione è una forza analitica, cioè dissolvente, quan­do, cessando di operare sulla forma delle intuizioni, siano quelle dell’istinto individuale di conservazione o quelle dell’istinto sociale di perpetuazione, opera alla radice, sulla loro stessa materia. La ragione ordina le percezioni sensi­bili che ci fanno conoscere il mondo materiale; ma quan­do la sua analisi si esercita sulla realtà delle percezioni stesse, ce le dissolve e ci sprofonda in un mondo di appa­renze, di ombre inconsistenti, poiché la ragione, al di fuori della dimensione formale, è nichilista, annientatrice. E compie lo stesso inesorabile ruolo quando, strappandola al suo proprio dominio, la utilizziamo per scrutare le intuizioni immaginative che ci comunicano il mondo spiritua­le. Dal momento che la ragione annienta, e l’immaginazio­ne completa, integra o totalizza; la ragione presa in assolu­to uccide, mentre l’immaginazione dona la vita. Sebbene sia vero che l’immaginazione presa in assoluto, donandoci una vita senza limite, ci porta a confonderci con il tutto, e in tal modo anch’essa ci uccide in quanto individui, per eccesso di vita. La ragione, la testa, ci dice: «Nulla!»; Im­maginazione, il cuore, ci dice: «Tutto!», e tra tutto e nulla, fondendosi il tutto e il nulla in noi, viviamo in Dio che è tutto, e Dio vive in noi, che senza di Lui siamo nulla. La ra­gione ripete: «Vanità delle vanità, tutto è vanità!». E l’im­maginazione replica: «Plenitudine delle plenitudini, tutto è plenitudine!». E così viviamo la vanità della plenitudine, o la plenitudine della vanità.

Ed è talmente viscerale nell’uomo questa ambizione vitale di vivere un mondo illogico, irrazionale, personale o divino, che coloro che non credono in Dio o che credono di non credere in Lui, credono in qualche piccolo dio o magari in qualche piccolo demone, o in un auspicio, o in un ferro di cavallo trovato casualmente per strada e che tengono sul cuore perché porti loro fortuna e li difenda da quella stessa ragione della quale presumono di essere ser­vitori fedeli e devoti.

Il Dio di cui abbiamo fame, è il Dio al quale rivolgiamo la nostra preghiera, è il Dio del Pater noster, dell’orazione domenicale, è il Dio a cui prima di tutto e soprattutto chiediamo, coscientemente o meno, d’infondere in noi la fede, la fede in Lui, di aiutarci a credere in Lui, di farsi Lui in noi, è il Dio a cui chiediamo che sia santificato il suo nome e che sia fatta la sua volontà – la sua volontà, non la sua ragione – così in terra come in cielo, sapendo bene che la sua volontà non può essere altro che l’essenza della nostra volontà, il desiderio di sopravvivere eternamente.

Tale è il Dio dell’amore, e non occorre che qualcuno ci chieda come è fatto: basta che ognuno ascolti il suo cuore e lasci che la sua fantasia lo dipinga nelle lontananze dell’Universo, guardandolo con i suoi occhi infiniti, che sono gli astri del cielo notturno. Questo in cui tu, lettore, credi, que­sto è il tuo Dio, colui che ha vissuto con te e in te, che nacque con te e fu bambino quando tu eri bambino, che si fece uomo man mano che ti facevi uomo, che con te si dissolve quando tu ti dissolverai, e che è il tuo principio di continuità nella vita spirituale, essendo il principio di solidarietà tra gli uomini e in ogni uomo, e degli uomini con l’Universo, e che, come te, è persona. E se credi in Dio, Dio crede in te e cre­dendo in te, ti crea di continuo. Poiché tu, in definitiva, non sei altro che l’idea che Dio ha di te; ma un’idea viva, propria di un Dio vivo e cosciente di sé, di un Dio Coscienza, e al di fuori di quello che sei nella società, non sei nulla.

Definire Dio? Sì, questo è il nostro anelito; questo era l’anelito dell’uomo Giacobbe il quale, lottando tutta la not­te sino allo spuntar dell’alba con quella forza divina, escla­mò: «Dimmi, te ne scongiuro, il tuo nome!» (Genesi 32,29). E ascoltate le parole che quel grande predicatore cristiano, Frederick William Robertson, pronunciò nella cappella della Trinità di Brighton il 10 giugno 1849: «E questa è la nostra lotta – la lotta che un uomo sincero scenda sin nel­le profondità del proprio essere e risponda: quale grido giun­ge sino a lui dalla zona più autentica della sua natura? È forse la richiesta del pane quotidiano? Giacobbe chiese questo nella sua prima comunione con Dio; chiese sicurezza, conservazione. È forse la remissione dei nostri peccati? Giacobbe aveva un peccato del quale chiedere perdono, eppure, nel momento più solenne della sua esistenza, non pronunziò una sillaba al riguardo. O è forse l’invocazione: “Sia santificato il tuo nome”? No, fratelli miei. Dalla nostra fragile, ancorché sublime umanità, l’invocazione che leve­remo nelle ore più terrene della nostra religione potrà esse­re: “Salva la mia anima!”, ma nei momenti meno terreni invocheremo: “Dimmi il tuo nome!”.

Ci aggiriamo in un mondo misterioso, e il mistero più profondo riguarda l’essere che ci è sempre vicino, a volte sentito, mai visto – che ci ha ossessionato fin dall’infanzia con l’illusione di una realtà straordinariamente bella ma che non riusciamo a vedere -, che a volte ci oltrepas­sa l’anima come una desolazione, come il soffio delle ali dell’Angelo della Morte, lasciandoci atterriti e silenziosi nella nostra solitudine, – che ci ha toccato nel punto più vivo facendo tremare di agonia la nostra carne e contraendo nel dolore i nostri affetti mortali – dolore che viene a noi attraverso nobili aspirazioni e concetti di sovrumana eccellenza. Dobbiamo chiamarlo: quella cosa o Lui? (It or He?). Che è quella cosa? Chi è Lui? Cosa sono questi presentimenti di immortalità e di Dio? Sono semplici aneliti del mio cuore che scambio per qualcosa di vivo al di fuori di me? Sono l’eco dei miei stessi aneli­ti che risuonano nella vasta vacuità del nulla? O devo chiamarli Dio, Padre, Spirito, Amore? Un essere vivo den­tro o fuori di me? Dimmi il tuo nome, tu, terribile miste­ro dell’amore! Questa è la lotta dell’intera mia tormentata esistenza».

(tratto da Miguel de Unamuno, Del sentimento tragico della vita, Edizioni Piemme 2004, con prefazione di Fernando Savater)

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