L’eternamente cercato

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Estremamente sensibile all’impenetrabilità del mistero divino, l’Oriente nega radicalmente la visione dell’essenza divina, eternamente trascendente. S.Giovanni Crisostomo nega la visione dell’essenza per i santi in cielo; Marco di Efeso, nel concilio di Firenze, la nega anche per gli angeli. L’essenza di Dio è al di là di ogni nome, di ogni parola; per questo Dio è indicato con molti nomi: Buono, Giusto, Santo, Onnipotente… Quando diciamo «infinito» e «non generato», con questa forma negativa confessiamo la nostra impotenza e tocchiamo il limite posto dall’apofasi (= teologia negativa). Dio è incomparabile in senso assoluto per l’assenza radicale di ogni termine di confronto. La teologia catafatica, positiva, è «simbolica»; essa non si applica che agli attributi rivelati, alle manifestazioni di Dio nel mondo. Un cerchio di silenzio è tracciato intorno all’abisso intradivino, intorno a Dio in se stesso.

«I concetti creano degli idoli di Dio — dice San Grego­rio di Nissa —; soltanto lo stupore percepisce qualcosa». Lo stupore è quel senso ben preciso della invalicabile distanza, che si situa al di là di ogni conoscenza, «al di là anche della non-conoscenza, fino alla più alta cima delle Scritture mistiche, là dove i misteri semplici, assoluti e incorruttibili della teologia si rivelano nella tenebra più che luminosa del silenzio» (Dionigi).

Non si tratta dell’impotente debolezza umana, ma del­l’insondabile e inconoscibile profondità dell’essenza divina. L’oscurità inerente alla fede protegge il mistero inviolabile della prossimità di Dio. È nel senso di un certo velo che Isacco il Siro afferma che anche la visione di Dio non sopprime la fede, la quale diventa «una seconda fede», superiore alla fede comune. Più Dio è presente, più è nascosto, misterioso nella sua natura. La «tenebra abbagliante» non è che un modo di esprimere la prossimità più reale e nel tempo stesso inafferrabile. «Trovare Dio consiste nel cercarlo continuamente… Vedere veramente Dio è non essere mai sazi di desiderarlo». Dio è l’«eternamente cercato». «Egli resta nascosto nella sua stessa epifania».

La sintesi palamita espone correttamente la mistica ortodossa. È la mistica paradossale dell’«oscurità divina», frangia della sua luce. Dalla conoscenza al livello dell’uomo, lo Spirito trasferisce per partecipazione alla conoscenza al livello di Dio. È la theoghnosia giovannea per l’inabitazione del Verbo e per l’illuminazione interiore operata dalla luce divina increata. L’esperienza mistica la vive dal suo aspetto interiore, nascosto, al suo irraggiamento esteriore: i nimbi dei santi, la luminosità dei loro corpi, la luce taborica e quella della risurrezione, luce veduta dagli occhi trasfigurati, dissigillati dallo Spirito.

(tratto da Pàvel Nikolàjevič Evdokìmov, La conoscenza di Dio secondo la tradizione orientale, Edizioni Paoline, 1983)

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