La fede cristiana è un rischio

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Vorrei ricordare un altro aspetto della fede cristiana, non sempre colto e messo in luce: la fede cristiana è un rischio. Che a volte la fede cristiana sia stata o venga colta come «rassicurante», oppure sia stata o venga vissuta come riserva di certezze e come «assicurazione», fino al punto da esser declinata come arroganza, pretesa e perfino come violenza, questo non toglie che la sua configurazione autentica, che trova nella fede di Gesù stesso il suo paradigma e il suo fondamento, è una fede non identificabile con una bacchetta magica e totalmente estranea a una sicurezza che toglie il dubbio o esime dalla ricerca. Anche Gesù, sulla croce, non ha visto rimossa da sé una dimensione di enigma, di incomprensibile. Un drammatico «perché?» ha traversato la sua relazione con Dio: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34; Mt 27,46). La fede, in questo senso, non può essere fatta giocare contro la ragione, di cui la post­-modernità avrebbe mostrato i limiti e le manchevolezze. Anche la fede, in realtà, non rimuove l’enigma e non rende tutto trasparente.

È indubbio che la fede susciti una sicurezza, una certezza, ma questa non è dello stesso ordine della sicurezza razionale o filosofica: mai si tratterà di una con­vinzione acquisita a partire da se stessi o al termine dei propri ragionamenti, ma di una fiducia che si pone in un altro da sé, anzi, nella sua promessa. L’espressione «io so in chi ho messo la mia fiducia» (2Tm 1,12) mostra che la «certezza» della fede è tutta interna al ri­schio della fede, al suo movimento «estatico», al suo essere un’uscita da sé per affidarsi a Dio. Il credente trova la sua stabilità in tale movimento, che è rischio mortale: «Se non crederete non avrete stabilità» (Is 7,9). Ma che è anche il «bel rischio» di cui parla Clemente di Alessandria (Protrettico X, 39) riprendendo l’espressione platonica (Fedone 114d). E, anche qui, la bellezza di questo rischio trova la sua attestazione degna di fiducia nel pericolo che Gesù stesso ha vissuto, secondo i vangeli, giocando la totalità della sua esistenza nella dedizione a Dio e agli uomini. E la bellezza del rischio mortale della fede che echeggia le parole evangeliche: «Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Lc 17,33). Senza questa dimensione, la fede viene soffocata in una sorta di «sistema assicurativo» e perde la propria vitalità, il suo carattere di avventura e di novità, perché troppo ingessata nelle proprie certezze da difendere o da imporre a ogni costo. Senza una reale dimensione di rischio, di provvisorietà, di precarietà (parola da cui significativamente deriva «preghiera»), fidarsi di Dio diventa solamente un gioco di parole.

Vorrei insistere sul fatto che la fede cristiana è fede nella resurrezione, non nell’immortalità: essa cioè attraversa tutta la tragicità della morte. Il Credo, che quasi si compiace di annotare che «Cristo morì e fu sepolto», immette al cuore della fede il drammatico confronto con la morte senza alcun abbellimento o alcuna mistificazione. Anzi, verrebbe voglia di citare le parole che Dostoevskij, nel romanzo L’idiota, ha messo in bocca al principe Myškin dopo che questi ha visto il quadro di Hans Holbein Cristo nel sepolcro, in cui è raffigurato un Cristo cadaverico con sconvolgente realismo: il volto livido, l’occhio rovesciato, vitreo, la ferita aperta sul piede, la bocca aperta, la mano insanguinata, il corpo tumefatto. A quella visione il principe esclama: «Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a chi lo osservi a lungo!» E qui, al cuore di questa tenebra, che la fede manifesta la sua luce e viene declinata come infinita compassione, come misericordia illimitata, come carità fino a dare la vita per l’altro; ed è qui che nasce una parola e una prospettiva di speranza, intesa come attiva lotta contro la disperazione al cuore stesso delle situazioni disperanti, come fiducia nel Dio vicino all’uomo sceso negli inferi dell’esistenza.

La fede nel Dio cristiano, nel Dio narrato dal Cristo morto sulla croce e sceso agli inferi (come soprattutto la tradizione orientale ha saputo meditare), non costituisce certo una soluzione al problema del male, e forse neppure solamente una consolazione possibile, ma piuttosto diviene un grembo che genera un’attitudine di compassione senza limiti, che rasenta la follia, che è santa follia. Come dimenticare le preghiere, che troviamo soprattutto nel cristianesimo siriaco, per la salvezza dei demoni? E le espressioni di compassione e di con-sofferenza verso gli animali e le creature tutte che sono nella sofferenza?

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(tratto da: Enzo Bianchi, Cristiani nella società, Rizzoli, 2003, pp. 84-87)

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