La liturgia del cuore

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Per il contemplativo, la liturgia sorge nell’intimo e nell’intimo si prolunga: le celebrazioni sono momenti di incontro con Dio, in cui la capacità e le disposizioni messe in atto sono colmate di grazia; poi la pienezza ricevuta si effonde nell’intimo dell’essere per riversarsi sempre di più nel cuore. Possiamo perciò partecipare alla liturgia senza che vi sia rottura con la vita d’orazione. Preghiera liturgica e preghiera solitaria si richiamano, si sostengono, si equilibrano in un tutto armonico, in un unico slancio del cuore verso Dio, per accoglierlo e offrirsi a lui, come Maria a Nazareth.

L’alternarsi di parole e silenzio, di espressione e interiorizzazione, evidenzia che la continuità tra liturgia e orazione è dinamismo vitale: ai momenti di pienezza succede la durata della gestazione, al tempo della semina il tempo dei frutti.

A motivo della suddetta continuità, la tradizione monastica ha parlato talvolta di liturgia del cuore. Un testo siriaco del IV secolo, “Il libro dei gradi”, distingue la liturgia visibile nella Chiesa, la liturgia invisibile nel cuore e la liturgia celeste davanti al trono di Dio. La liturgia interiore del cuore non è forse la “preghiera segreta di un cuore che è vincolato al Signore e che di continuo si occupa di lui”? In modo continuo, ma invisibile, nella “chiesa del cuore”, ogni credente può cantare le lodi, mediante i sensi interni, e celebrare una liturgia silenziosa, “l’offer­ta del cuore”.

Si sale come per gradi da una liturgia all’altra. Nessuno può arrivare a questa silenziosa liturgia del cuore se prima non ha partecipato alla liturgia visibile della Chiesa. E chi ha potuto entrare nel santuario del cuore partecipa alla liturgia che Gesù stesso presiede nella Chiesa celeste. Così scrive Isacco di Ninive: “Affrettati ad entrare nella camera nuziale del tuo cuore; là troverai la camera nuziale del cielo. Infatti la scala che sale al Regno è nascosta nel più profondo del tuo cuore”.

Non ci si deve quindi fermare alla celebrazione della liturgia esteriore, ma penetrare più in fondo e prendere parte alle altre due liturgie. Forse così va compreso quanto dice il Concilio Vaticano II: “La vita spirituale non si limita alla partecipazione della sola liturgia” (SC, 12). Anche gli Statuti sottolineano la necessaria continuità tra il culto esterno e visibile e l’intimo culto del cuore: “La pietà interiore viene alimentata dalla salmodia, per cui il resto del tempo (de cetero) possiamo dedicarci alla preghiera segreta del cuore” (St 3.7). In un altro punto, a proposito della messa conventuale non concelebrata, affermano la profonda corrispondenza tra celebrazione liturgica e preghiera del cuore (St 58.1).

Ciò che si compie nella celebrazione liturgica diventa realtà viva per noi soltanto nella liturgia del cuore, liturgia indescrivibile, perché non vi sono più segni, ma fede pura e amore silenzioso. “Il cuore liberato da ogni pensiero e mosso dallo stesso Spirito Santo è divenuto un vero tempio, già prima della fine dei tempi; la liturgia vi si celebra interamente secondo lo Spirito.”

Questa liturgia interiore è inseparabilmente ascolto della parola di Dio e risposta che coinvolge tutta la nostra vita. “Dio ci ha condotti nel deserto per parlare al nostro cuore. Il nostro cuore sia perciò come un altare vivo da cui si eleva senza posa verso il Signore una preghiera pura che impregna tutte le nostre azioni” (St 4.11). Sull’altare del cuore possiamo fare l’offerta della nostra persona, rimetterci totalmente nelle mani del Padre: allora saremo colmati dello Spirito Santo, e con lui l’amore sarà riversato nel nostro cuore (Rm 5,5).

Se vivremo a livello del cuore, potremo fare della nostra vita intera una liturgia: “Offrire al Signore un culto ininterrotto, sia lavorando sia attendendo alla quiete della cella” (St 34.5). Soltanto a livello del cuore siamo noi stessi e lo diventiamo. Il cuore è la nostra persona nel suo mistero irriducibile, nel suo orientamento vitale verso l’Altro, giacché l’uomo è creato ad immagine della Trinità, ove ogni persona divina esiste in relazione alle altre. Il cuore chiama una presenza, e solo Dio può colmare tale anelito. Proprio perché la nostra vocazione consiste nell’essere costantemente protesi verso Dio, tutta la nostra vita si trasforma come in un’unica liturgia (St 21.15).

(tratto da: I Monaci di Serra San Bruno, Sentieri del deserto, Rubbettino – La Certosa 2001)

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