Il Regno di Dio comincia quaggiù

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Il profeta è uno speciale inviato di Dio agli uomini, il tutore per questo della sua legge e dei suoi diritti. Gesù sentiva di avere una tale incombenza; ma avvertiva anche di doversi interessare dei diritti degli uomini. Nei discorsi sul monte di Cafarnao e nella sinagoga di Nazaret faceva sapere di essere stato inviato a evangelizzare i poveri, a guarire i malati e a liberare gli oppressi. Il Van­gelo, cioè la buona notizia che tutti attendevano era che le loro sofferenze, i disagi da cui erano afflitti sarebbero presto (oggi) scomparsi. Anche nel Pater Gesù ante­poneva la richiesta del pane al perdono delle colpe.

Il termine basileia (regno), di per sé, faceva pensare a un’istituzione di potere, ma le precisazioni di Dio, dei cieli ne chiariva la portata. Più che una nuova forma di teocrazia Gesù prometteva un nuovo modo di vivere e di rapportarsi tra gli uomini, che poteva, doveva avvicinarsi a quello di Dio.

La storia era destinata a cambiare, gli uomini avrebbero cominciato a comprendersi e ad amarsi. Il Regno, secondo Gesù, è il seme che deve crescere e fruttificare, il granello di senape destinato a diventare un grande albero, il lievito capace di fermentare un’intera massa, ma anche il talento da non sotterrare. Era una progettazione divina, ma affidata agli uomini che dovevano far leva sull’assistenza del padrone del campo, ideatore del progetto (venga il tuo Regno), ma anche sulla sagacia e solerzia di coloro ai quali era stato affidato ed era destinato.

Il Regno di cui Gesù si è fatto promotore non è il paese delle meraviglie o delle illusioni, ma la condizione ideale della comune esistenza, il giardino, l’eden che una volta era stato fatto intravedere ai progenitori e che ora finalmente sembrava dover prendere il suo avvio in mezzo agli uomini. Era la grande occasione offerta a tutti, ma c’era sempre il rischio di perderla. E molte erano le ragioni o i pretesti che potevano farla passare in second’ordine, fino a farla dimenticare: le preoccupazioni del mondo, la seduzione delle ricchezze, i piaceri della vita: insidie che sembravano non mancare mai.

Non bastavano gli slanci di generosità, occorreva mettersi realmente al lavoro. Anzi non contava nemmeno la partecipazione alla liturgia comunitaria, lo stare a ripetere Signore, Signore o riuscire persino a compiere qualche prodigio, per dirsi a posto con la propria coscienza. Occorreva dare il proprio apporto all’attuazione del disegno creativo e salvifico, alla promozione del creato e all’elevazione dell’uomo, per considerarsi a pieno titolo cittadino del Regno.

Il samaritano della parabola, secondo Gesù, era il vero credente rispetto al levita e al sacerdote che per ragioni di purità legale o per non perdere la partecipazione agli uffizi sacri non si erano arrestati davanti all’uomo caduto in mano ai ladri (Le 10,29-37). Il loro comportamento rivelava che essi non erano in comunione con Dio, poiché nel loro cuore non albergava il suo amore, la capacità di mettere al primo posto il bene dell’infelice.

Dio ha preferito l’uomo al robot perché l’ha voluto intelligente e libero, responsabile cioè di se stesso e della sua sorte. Con gli automi la storia non avrebbe registrato deviazioni o ammanchi, ma non sarebbe stata realizzata con l’apporto e quindi la soddisfazione dei suoi protagonisti.

La libertà di vivere secondo le proprie convinzioni non era una possibilità riconosciuta o almeno rispettata nel mondo antico. Non l’avevano presa in considerazione neanche i profeti, anche se non avevano nemmeno predicato la soggezione ai tiranni. La parola eleutheria (libertà) sembra sconosciuta agli autori dell’Antico e del Nuovo Testamento; non ricorre mai nemmeno sulla bocca di Gesù (cfr. tuttavia Mt 17,26; Gv 8,32-36). Si ha l’impressione che egli non ne abbia molto parlato, anche se si è sforzato di vivere da uomo libero, senza lasciarsi intimidire o frenare dalla resistenza altrui. Anzi ha compiuto le sue scelte con tutta fermezza (parresia), senza cioè farsi condizionare neppure dai familiari, dai più stretti collaboratori o dagli avversari. Non è andato in cerca di litigi; è stato piuttosto mite e mansueto; non ha cercato di urtare, di offendere chi non si trovava schierato dalla sua parte o rifiutava le sue proposte, ma non si è sentito obbligato ad accettare le risposte degli anziani o di altri maestri più o meno ragguardevoli. Egli parlava e agiva con la libertà che gli veniva dallo Spirito; si permetteva di discutere le interpretazioni correnti della legge, proponendo le correzioni che riteneva opportune, necessarie. Potevano minacciarlo, perseguitarlo, ma le minacce non riuscivano a farlo tacere o a farlo recedere dalle sue convinzioni e posizioni.

Pietro affermerà davanti ai membri del Sinedrio, il supremo tribunale della nazione, che bisognava ubbidire solo a Dio. Era la norma che non poteva avere appreso che dal maestro. Gesù si era trovato fin dall’infanzia soggetto alle parole degli antichi, ma crescendo era andato acquistando quella maturità e libertà spirituale che lo farà sentire esente da tutte quelle imposizioni e prestazioni che gravavano la coscienza della gente. Sarà pure sottomesso ai genitori, ma saprà all’occasione sganciarsi dalla loro potestà.

La libertà è una prerogativa, una qualifica insostituibile dell’essere ragionevole, ma è anche una conquista. Se Gesù non si era lasciato vincere, meno ancora travolgere dalle insinuazioni della vanità o dall’alterigia (le tentazioni), non si farà sopraffare dalle pressioni dei potenti (i nemici), o dalle tergiversazioni degli amici (i discepoli). Quando la sua vita sarà in pericolo e si troverà costretto a nascondersi non modificherà con tutto ciò il tono o il tenore della sua predicazione. Nelle sue convinzioni c’era anche il riconoscimento dell’autorità, quale espressione di un ordinamento proveniente da Dio, ma ciò non si identificava con l’ammutolimento davanti agli abusi o soprusi che essa compiva. Egli si sentiva libero anche dall’imposta per il tempio, ma ciò nonostante paga quanto richiesto. La libertà è un diritto inalienabile, può essere sacrificata solo a un bene superiore qualora la sua realizzazione lo dovesse richiedere.

La società ideale che Gesù andava sognando non era ace­fala, poiché era Dio a guidarla tramite il suo Spirito, ma non era neanche piramidale o gerarchica, poiché nessuno poteva ergersi al di sopra di essa, in veste di capo o di maestro, dato che tutti i suoi componenti erano tra di loro fratelli. Voi sapete, ricordava ai suoi, che i capi delle nazioni le tiranneggiano e che i grandi fanno sentire il loro potere su di esse, tra voi non sia così; chi tra voi vuol essere grande, sarà vostro servo. E continua: II figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la vita in riscatto di molti. Luca è ancora più esplicito: Chi governa è come uno che serve.

Il servizio non è un comportamento esterno, diploma­tico, ma un atteggiamento interiore che investe il profondo della persona. Non indica tanto la cortesia, le buone maniere di comandare (mai da sottovalutare), ma la carenza di qual­siasi atteggiamento, forma di comando; è incapacità a sovrap­porre la propria volontà, peggio le proprie vedute, le opinioni, il proprio arbitrio sulla moltitudine. Il servo, in casa, non è colui che decide o dà ordini, ma cerca di eseguire, il più fedelmente possibile, quello che il padrone gli ha ordi­nato. E il padrone nella convivenza che Gesù ipotizza è la stessa collettività.

Il primato della comunità sulla gerarchia, del carisma sul potere è la proposta che Gesù forse non ha pronunciato, ma è chiaramente contenuta nel suo messaggio. Il signoreggiare non può essere mai imposto in nome di Dio, piuttosto di Satana, lascia capire nella risposta data al tentatore e a Pietro.

Il quarto evangelista, che non riferisce i detti sul servizio, ricorda però la scena della lavanda dei piedi. Gesù con­clude il gesto compiuto con i suoi con un’affermazione che non finirà mai di sbalordire: Anche voi dovete lavarvi i piedi l’un l’altro. Infatti vi ho dato l’esempio affinché come ho fatto io facciate anche voi. Pietro che per un eccesso di amore vuole evitare a Gesù una tale umiliazione è minac­ciato di essere escluso dal gruppo dei seguaci. Non avrai parte con me è la risposta. La lavanda dei piedi era un gesto reale, ma soprattutto simbolico; segnalava fino a che grado, fino a quale prezzo bisognava essere disposti a servire gli altri. Gesù dubita che i suoi ne abbiano colto la portata, per questo chiede loro: Capite quello che ho fatto? In realtà non l’avevano capito, se Luca li ritrae poco dopo a contendere tra di loro per i primi posti nel Regno (22,24). Le parole di Gesù sono rimaste egualmente nel Vangelo solo perché facevano parte del suo autentico mes­saggio, non provenivano da ripensamenti dei suoi discepoli.

La società che Gesù vagheggiava era troppo nuova e con­trastava talmente con la mentalità dei suoi uditori e degli stessi collaboratori che è impos­sibile supporre che si possa ricondurre a una loro proposta. Gesù aveva rifiutato la regalità e aveva messo i suoi in guardia da ogni forma di dominazione, questi invece si affaticheranno a erigere troni e a osannare i dominatori, due linee che non finiranno di contrapporsi nelle comunità cristiane di tutti i tempi, mostrando quanto sia ardua la fedeltà alla testimonianza di Cristo.

spinetoli

(tratto da Ortensio da Spinetoli, Gesù di Nazaret, Edizioni La Meridiana, Molfetta (BA) 2005, pp. 161-166 – Notazione: Tutto il testo è ricco di virgolettati e di citazioni di passi biblici, che in questo contesto ho voluto omettere, unicamente per facilità di lettura, ma rintracciabili nel testo a stampa).

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