Dimorare nelle domande

 
La cosa più grave è che si tende a non soffermarsi più sulle vere domande dell’uomo, sulla domanda-uomo. Sembra che ci si accontenti di un’esistenza da criceto. Come per il criceto, sembra che spesso la cosa più importante sia avere il sufficiente per soddisfare i vari bisogni primari. Le sbarre della gabbia non inducono alla coscienza, né un senso di reclusione né la voglia di trasgredire veramente, semplicemente perché si è deciso di non guardare oltre.
Le trasgressioni, infatti, si riducono allo spasmodico sbizzarrirsi nel soddisfare i bisogni primari e nel fare qualche giro di troppo nella ruota. Un giro che è un prendersi in giro perché procura l’illusione della libertà, accarezza la nostalgia degli orizzonti infiniti, ma è solo una fuga immobile, un canto disincantato, soffocato e soffocante.
Eppure, l’uomo vale quanto la grandezza delle sue domande. L’uomo vale non quanto le illusioni che inietta nella sua effimera esistenza, né quanto i sogni che proietta sui muri della sua prigionia finita, ma vale quanto la sua progettualità, quanto il coraggio che ci mette nell’affrontare le domande della propria esistenza. L’uomo vale quanto il porsi dinanzi ala propria materia prima per scoprirne gli aneliti più profondi e più reali e per adoperarsi a realizzarli.
Non è vero che le “domande ultime” sono un lusso. Le domande ultime sono il minimo sindacale e indispensabile per un’esistenza degna dell’uomo.
Non è vero che le “domande ultime” sono un ripiego. Al contrario. Le domande ultime sono la gestualità dell’uomo che alza la testa, guarda dinanzi, guarda in alto, passa dall’essere un simulacro di animale da pascolo all’essere homo sapiens, un essere capace di spiegarsi, dispiegarsi, attraversare i propri bisogni e andare oltre ad essi verso la scoperta e la realizzazione dei suoi veri desideri.
Sono domande ultime perché parlano dei fini, ma sono prime e primarie perché danno senso a ogni inizio, a ogni tappa dell’esistenza.
La prospettiva sarebbe totalmente diversa se la vita umana finisse qui o se invece fosse una vita aperta a un orizzonte infinito. Non è indifferente (non può esserlo) se noi ci saremo per sempre o se “ognuno sta sul cuore della terra / trafitto da un raggio di Sole: ed è subito sera” (S.Quasimodo), ed è subito un ritorno al nulla, una vanificazione di tutti i progetti umani.
Concepire l’esistenza come orme di sabbia che vengono cancellate dalle onde oppure credere che “siamo nati e non moriremo mai più”, non è la stessa cosa.
Che ci sia Dio o non ci sia non è una questione indifferente. Anzi, non è una questione, ma la questione che dà orientamento a tutte le scelte attuali. Non considerarla è semplicemente non considerare il significato di essere umani.
Probabilmente la perdita dell’umanità dell’uomo comincia proprio dalla perdita della capacità di domandarsi e di abbozzare risposte agli interrogativi scottanti dell’esistenza. E forse è questo uno degli scenari più regressivi della società del progresso.
Forse la prima vera umanizzazione della nostra esistenza è avere il coraggio di sostare e di stare nelle nostre domande, dimorandovi.
 
 
(tratto da Robert Cheaib, Oltre la morte di Dio. La fede alla prova del dubbio, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2017, pp.13-16)
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