Diventare noi stessi

 
«Quando ci sentiamo dire da qualcuno che la nostra condizione è meschina e terribilmente penosa, perché non siamo né consoli né governatori, possiamo replicargli: “Splendida è la nostra condizione e invidiabile la nostra vita: non siamo né mendicanti, né schiavi, né servili adulatori”» (Plutarco).
Il nostro compito non è quello di diventare personaggi importanti, ma di diventare noi stessi. Non è il tipo di lavoro o il compenso modesto che ci impediscono di crescere, ma il servilismo, il conformismo, la dipendenza psicologica. Siamo noi stessi che, in questi casi, restringiamo la circonferenza della nostra anima e ci limitiamo a vivere in uno spazio meschino, rinunciando a sviluppare le nostre potenzialità.
Questo vale anche per molte altre forme di subordinazione: il nostro compito non è diventare, per esempio, cristiani o buddhisti; non è diventare seguaci o imitatori di qualche maestro più o meno illuminato; non è far parte di questa o di quella chiesa, di questa o di quella congregazione; di essere battezzati o circoncisi. Il nostro compito è realizzare noi stessi, è diventare maturi, è crescere.
Qualcuno si immagina un Dio che un giorno, per farlo entrare in paradiso, gli chiederà la tessera di appartenenza… più o meno come il manager di un club privato. Ma forse quel giorno qualcuno o la sua stessa coscienza gli chiederà semplicemente: «Lascia perdere i tuoi titoli, i tuoi ruoli e le tue cariche, e dimmi che cosa hai fatto della tua vita. Hai realizzato te stesso? Sei diventato un uomo?
«Il nostro grande e glorioso capolavoro» scrive Montaigne «è vivere convenientemente; tutte le altre cose, regnare, ammassar tesori, fabbricare, non ne sono che appendici e ammennicoli in più.»

E Gesù chiarisce: «A che giova all’uomo aver guadagnato il mondo intero, se poi ha perduto o rovinato se stesso?»

 

(tratto da: Claudio Lamparelli, L’arte della serenità. Il potere terapeutico della saggezza, Mondadori, Milano 2005, pp. 144-5).

 

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